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Tesla Model 3, il crowdfunding (travestito) di Elon Musk

Il 31 marzo Elon Musk ha svelato al mondo l’attesissima Tesla Model 3. La prima Tesla che non costa quanto un appartamento a Milano. E’ tua con 35mila dollari (circa), solo che l’avrai a partire dalla fine del 2017. Cioè fra circa due anni. Intanto la prenoti, e paghi. L’idea di Musk ha raccolto 276.000 pre-ordini in 3 giorni. E i numeri, che vanno sempre al di là della teoria, dicono un po’ di cose:

1) Quella di Elon Musk è la forma di crowdfunding più riuscita della storia (e senza aver bisogno di Kickstarter o Indieogogo)

2) Adesso Tesla e Musk (che si trova in casa un tesoretto da circa 9,5 miliardi di dollari) dovranno dimostrare di saper farsi industria di auto. Ci sono già 276mila auto da produrre. Numeri coi quali Tesla non ha mai avuto a che fare (50mila auto consegnate in tutto il 2015). Basterà lo stabilimento di Fremont?

3) Il prezzo è una variabile. Convertire dollari in euro (come hanno fatto molti colleghi) può essere un errore clamoroso. Se Tesla Model 3 negli Usa costerà 35mila dollari, questo non significa che in Europa costerà l’equivalente in euro (30.807,91, oggi). Il mercato automobilistico va per aree geografiche, dipende da tassazioni e ricerche.

4) La consegna è il vero dilemma. Sul sito di Tesla è scritto: “Le consegne iniziano a fine 2017″. Non c’è scritto, invece, quando finiscono. Questa è una grande incognita, perché – dicevamo – Tesla dovrà dar prova di saper industriarsi. Troverà accordi con altre case automobilistiche per velocizzare il processo?

5) Sì, ma gli optional? Quando acquistiamo un’auto, dopo aver scelto il modello ci concentriamo su colore e optional. Quello di Tesla Model 3 è un acquisto un po’ a scatola chiusa. Una puntata d’azzardo. Per ora vince il banco. Poi chissà.

Stay tuned!


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La risposta ufficiale (in 65 pagine) di Apple all’Fbi

Dopo aver ricevuto l’ordine di collaborare con l’FBI per sbloccare l’iPhone 5c usato da Farook, killer di San Bernardino (Sole, Sole, Sole), Apple ha ufficialmente presentato la sua risposta alla corte, motivando il rifiuto di creare una backdoor (un accesso secondario) per accedere all’iPhone bloccato.

Nel documento che segue (65 pagine) da Cupertino difendono la loro posizione dichiarando che lo sblocco del device creerebbe un precedente pericoloso.

Apple vs. FBI: Apple moves to dismiss court order

Facebook

Perché quelle di Facebook non sono solo faccine

Da ieri Facebook ha aggiornato il newsfeed inondandoci di faccine. Con Facebook Reactions, il social di Mark Zuckerberg entra in una nuova dimensione. Il vecchio like non va in pensione, ma viene affiancato da altre opzioni emozionali così da offrire più chance agli utenti.

“Le persone accedono a Facebook per condividere ogni genere di storia – che sia felice o triste, divertente o provocatoria. Abbiamo notato che sarebbero contenti di avere nuovi modi per esprimere i propri sentimenti”, ha detto Sammi Krug, product manager delle Reactions di Facebook.

A vederla così, dunque, Facebook ci ha fatto un favore. Ci ha reso “contenti”.

Quello che si nasconde dietro le faccine di Facebook, invece, è solo l’ennesimo step di profilazione pensato dall’azienda di Palo Alto. Offrire all’utente nuove opzioni oltre al like, significa ottenere dallo stesso utente informazioni molto più dettagliate circa le sue preferenze, le sue abitudini, cosa gli fa rabbia, cosa lo rende triste, cosa lo stupisce o lo fa ridere.Per questo le faccine, soprattutto per i profili business, potranno aprire nuove frontiere. Il gioco è interamente incentrato sui Topic Data, i dati (anonimi) che Facebook non fa mistero di utilizzare.

I Topic Data sono dati anonimi e in forma aggregata riguardanti attività specifiche, eventi, marche, prodotti e altri argomenti (topic, appunto) di cui le persone parlano, o che seguono e condividono su Facebook. Vengono analizzati gli status degli utenti (non solo quelli pubblici, anche quelli privati!), e i post delle pagine. Facebook è in grado di rilevare anche le informazioni sull’engagement dei “Mi piace” (quindi ora anche delle faccine), delle condivisioni dei post e dei commenti. È possibile sapere, ad esempio: quante persone parlano di un determinato argomento, qual è la loro età, il sesso, dove risiedono, il sentiment (positività o negatività) associato ai loro messaggi, quali sono i link più condivisi e soprattutto il topic o argomento del momento.

Del resto, però, la galassia Facebook è un po’ così. Prendere o lasciare.

b.

Introducing Reactions

Today is our worldwide launch of Reactions — the new Like button with more ways to express yourself. Not every moment you want to share is happy. Sometimes you want to share something sad or frustrating. Our community has been asking for a dislike button for years, but not because people want to tell friends they don't like their posts. People wanted to express empathy and make it comfortable to share a wider range of emotions. I've spent a lot of time thinking about the right way to do this with our team. One of my goals was to make it as simple as pressing and holding the Like button. The result is Reactions, which allow you to express love, laughter, surprise, sadness or anger. Love is the most popular reaction so far, which feels about right to me!

Pubblicato da Mark Zuckerberg su Mercoledì 24 febbraio 2016

Studio Pew sulle news: gli utenti preferiscono gli smartphone al computer

Le notizie per la maggioranza degli americani è meglio leggerle su smartphone piuttosto che su computer. Almeno e’ quello che rivela l’ultimo studio di Pew Center ‘State of the News Media 2015′ che analizzando 50 siti di notizie ha rilevato che la maggior parte dei lettori, per ben 39 di essi, hanno scelto come mezzo di lettura il proprio smartphone. Secondo lo studio, inoltre, è in crescita anche la spesa pubblicitaria su ‘mobile’ rispetto ad altre piattaforme.

Tuttavia, sempre secondo lo studio, la lettura di news su computer piuttosto che su smartphone ha un vantaggio: gli utenti si soffermano per un periodo prolungato rispetto ai telefonini. Buone notizie anche per le televisioni locali che hanno visto un incremento di pubblico del 3% nella fascia serale e 2% nella fascia mattutina. I network invece hanno registrato un incremento del 5% nella fascia serale. Fanalino di cosa sono invece i canali news a pagamento (Fox News, Cnn e Msnbc) con un crollo di pubblico dell’8% nella fascia prime-time.

Quando Zuckerberg spiegava Facebook al mondo (11 anni fa)

Un video postato su Twitter mostra undici anni fa Mark Zuckerberg , fondatore di Facebook, in una apparizione televisiva sulla CNBC . Il giovane talento dell’informatica parlava di un social network da 100 mila utenti ancora poco conosciuto, sul quale puntava molto. E aveva ragione.

Accordo Google – Editori. Una bella notizia, a patto che…

Google e alcuni dei più importanti editori europei hanno trovato un accordo che ha come obiettivo dichiarato il supporto del colosso di Mountain View al giornalismo di qualità attraverso tecnologia e innovazione. In soldoni (anzi, in soldi) ciò si traduce in un investimento di Big G pari a 150 milioni di euro in tre anni. La notizia potrebbe essere chiusa qui (col comunicato stampa riportato in basso). Ma alcune coincidenze lasciano qualche perplessità sull’accordo.

La DNI (Digital News Initiative) arriva in un momento molto delicato fra Google e l’Europa. Il colosso californiano, a breve, potrebbe vedersi costretto dall’Antitrust europeo a staccare un assegno di 6 miliardi di euro per abuso di posizione dominante. Inoltre, fra editori e Big G è in corso ormai da tempo una guerra senza esclusione di colpi, tanto che in alcuni casi i giornali sono stati rimossi da Google News (in Spagna). Gli editori europei sono quelli che hanno chiesto a Google il pagamento dei link relativi alle notizie. Oggi l’annuncio della DNI. Una bella notizia, a patto che non nasconda altro.

Il comunicato stampa:

Google e importanti editori europei annunciano la Digital News Initiative
Google e otto dei principali editori europei annunciano oggi la Digital News Initiative (DNI), una partnership che ha l’obiettivo di supportare il giornalismo di qualità in Europa attraverso tecnologia e innovazione. I partner fondatori sono Les Echos (Francia), FAZ (Germania), The Financial Times (Regno Unito), The Guardian (Regno Unito), NRC Media (Paesi Bassi), El Pais (Spagna), La Stampa (Italia) e Die Zeit (Germania), unitamente ad altre importanti organizzazioni che si occupano di giornalismo tra cui lo European Journalism Centre (EJC), il Global Editors Network (GEN), l’International News Media Association (INMA).
L’obiettivo di DNI è quello di favore lo sviluppo di un ecosistema di informazione sostenibile e promuovere l’innovazione nel campo del giornalismo digitale attraverso la collaborazione e il dialogo costanti tra i settori della tecnologia e dell’informazione. DNI cercherà di estendere la propria attività ad altri editori europei e tutti i player coinvolti nel settore dell’informazione digitale europea potranno prendere parte a uno o tutti i suoi elementi.
Carlo D’Asaro Biondo, Presidente Strategic Relationships di Google in Europa, ha dichiarato:
“Internet offre opportunità immense per creare e diffondere grande giornalismo, tuttavia ci sono anche questioni legittime su come il giornalismo di alta qualità possa esse sostenuto nell’era digitale. Attraverso la Digital News Initiative Google lavorerà a fianco di editori e organizzazioni che si occupano di giornalismo per contribuire a sviluppare modelli più sostenibili per l’informazione. E’ solo l’inizio del percorso e invitiamo altri a unirsi a noi.”

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Apple ha liquidità per 194 miliardi

La notizia la riporta il portale americano TechCrunch. Apple ha liquidità per 194 miliardi di dollari. Più di qualsiasi altra società esistente. Più di molti Stati. 

È altrettanto interessante il dato relativo ai debiti della casa di Cupertino, che negli ultimi mesi è passato da 27 miliardi a 40. Perché una società così liquida ha così tanti debiti? Apple, in realtà, ha la sua liquidità sparsa in diversi Paesi, e pare aver trovato conveniente contrarre debiti negli Usa a tassi di interesse molto bassi. 

Nokia non tornerà a fare telefonini (almeno per ora)

Nokia non tornerà a fare telefonini (almeno per ora). La compagnia finlandese ha rilasciato una secca smentita alle indiscrezioni circolate la settimana scorsa (sul sito Re/Code) circa il suo ritorno nel mondo della produzione degli smartphone a partire dal 2016.

“Ribadiamo di non avere attualmente alcun piano per produrre o vendere telefonini”, si legge in una nota della società. Le indiscrezioni stampa, dice, “sono false e includono commenti attribuiti non correttamente a un nostro manager”.

Nokia, dopo essere stata per molti anni leader indiscusso del settore mobile, ha ceduto la divisione relativa alla telefonia a Microsoft nel 2013 per 7,2 miliardi di dollari. La società finlandese non è riuscita a contrastare l’onda di Apple e Android. Un’onda che ha rivoluzionato il mondo degli smartphone, lasciando le briciole ai produttori di sistemi operativi differenti.

Agcom: italiani comprano poco su Web

Solo il 15% degli italiani acquista online (contro il 41% della media europea).  La strada da fare è ancora lunga:

L’e-commerce non decolla proprio in Italia. Gli italiani che hanno acquistato beni o servizi su web nell’ultimo trimestre 2014 sono stati meno della metà della media europea, cioè il 15% contro il 41%.
Lo certifica l’Agcom nell’Osservatorio trimestrale sulle comunicazioni, da cui emerge anche che il 32% della popolazione italiana tra 16 e 74 anni non ha mai usato Internet e che quelli che accedono alla rete almeno una volta a settimana sono il 59%, contro il 75% della media europea. (ansa)

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Se gli hacker russi leggono le email di Obama

Proprio oggi sul Sole24Ore in edicola scrivo dell’eterno conflitto fra privacy e sicurezza (la foto in fondo). E dal New York Times arriva notizia che Hacker russi sono riusciti a leggere e-mail non classificate del presidente americano Barack Obama. Il quotidiano americano riferisce che la posta del presidente USA è stata letta durante l’intrusione nella rete di computer della Casa Bianca lo scorso anno.

«Non vi è prova», riferisce il quotidiano, «che sia stato violato lo stesso account del presidente». La Casa Bianca aveva confermato all’inizio del mese la falla nel sistema, affermando che si era verificata lo scorso anno, e che non ha riguardato informazioni classificate. I funzionari della Casa Bianca hanno rassicurato sul fatto che nessuna rete «protetta» contenente informazioni altamente sensibili della Casa Bianca è stata violata. Molti alti funzionari, riporta il New York Times, hanno due computer nei loro uffici: uno che opera su una rete “classificata” cioè altamente sicura, e un altro contatto con il mondo esterno per le comunicazioni”non classificate”.
Il dibattito sulla sicurezza
Gli hacker non sarebbero riusciti a penetrare nel sistema del Blackberry di Obama, ma sono riusciti a entrare negli archivi delle e-mail del personale della Casa Bianca, con cui il presidente ha contatti regolarmente. Le reti protette, quelle classificate, non hanno subito alcuna intrusione ma – afferma il New York Times – in molti casi le e-mail non classificate contengono informazioni sensibili, includendo scambi con diplomatici, programmi e anche dibattito politico. Non è chiaro il numero di e-mail alle quali gli hacker hanno avuto accesso né il loro contenuto. La gravità dell’intrusione dello scorso anno è stata subito riconosciuta, con i responsabili alla sicurezza informatica che si sono riuniti quotidianamente per settimane per cercare di risolvere il problema e capire come rendere la rete più sicura. L’attacco hacker ha riaperto il dibattito sulla presenza in rete di Obama.

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